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- Il 17 settembre 1935, Maria Concetta (Cetti) Zerilli venne trovata morta all’università di Palermo accanto al corpo di uomo.
- Il regime fascista fece in modo di indirizzare le indagini verso un omicidio-suicidio che gettava una luce opoca sulla vita di Cetti.
- Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ricostruisce come sono andati davvero i fatti nel suo libro L’amore in questa città.
Era il 17 settembre 1935 quando Maria Concetta Zerilli, affettuosamente chiamata Cetti, venne trovata morta con tre colpi di pistola tra le mura dell’università di Palermo. Accanto a lei, il corpo di Vincenzo Mortillaro, un uomo in camicia nera, simbolo del regime, con stivaloni ai piedi. La scena del crimine, apparentemente chiara, suggeriva un omicidio-suicidio, ma la realtà si rivelò ben più complessa.
Il regime fascista, impegnato a mantenere un’immagine di ordine e sicurezza, impose una censura totale sulla vicenda. La stampa dell’epoca, ridotta a poche righe di cronaca nera, non poté indagare oltre. Tuttavia, le discrepanze nel caso erano evidenti: due proiettili nel corpo di Mortillaro e l’oscurità dei locali in cui si trovavano i cadaveri sollevavano dubbi sulla versione ufficiale. Il padre di Cetti, convinto dell’innocenza della figlia, si batté per la verità, ma le sue denunce caddero nel vuoto, portandolo addirittura in carcere nel 1937 durante una visita di Mussolini in Sicilia.
La verità sulla morte di Cetti Zerilli
La storia di Cetti Zerilli non è solo un racconto di ingiustizia, ma anche un esempio di tenacia giornalistica. Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha riportato alla luce questo caso dimenticato nel suo libro L’amore in questa città, edito da Rizzoli nel 2025. La sua indagine è il frutto di una collaborazione intergenerazionale, iniziata ai tempi della vicenda con Nino Marino, cronista del Giornale di Sicilia, e proseguita con Aurelio Bruno, che ha trasmesso il testimone a Palazzolo.
Marino, consapevole dei rischi, non poté mai scrivere del caso. Confidò tuttavi i dettagli a Bruno, che a sua volta sollecitò Palazzolo a riprendere le fila dell’intricata vicenda. Palazzolo ha scandagliato archivi e documenti, scoprendo che Cetti non aveva alcun legame sentimentale con Mortillaro, ma era invece coinvolta con un alto gerarca del regime. La sua morte non fu il risultato di un amore folle, come suggerito dai bigliettini trovati sulla scena del crimine, ma di un femminicidio insabbiato per proteggere figure di potere.

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L’ombra del regime sull’insabbimento
L’indagine di Palazzolo ha portato alla luce dettagli inquietanti: un giudice istruttore, Nicola Franco, tentò di cercare la verità, ma fu ostacolato da indagini depistate e prove scomparse. La polizia, sotto la pressione del regime, costruì una versione dei fatti che mise di fatto una pietra tombale sul delitto. Le lettere di Cetti, sequestrate e mai restituite alla famiglia, furono utilizzate per screditarla, etichettandola come una giovane dal “carattere facile”.
La vicenda, rimasta nell’ombra per quasi un secolo, solleva interrogativi sul perché la storia di Cetti Zerilli sia stata sepolta anche dopo la caduta del fascismo. Forse perché i protagonisti riuscirono a mantenere il loro potere nell’Italia postfascista, o forse per proteggere la memoria di una giovane che aveva già sofferto troppo.
Per orientarsi fra testo e contesto
La storia di Cetti Zerilli è un potente promemoria di come il potere possa manipolare la verità per i propri fini. Questo caso, che ha attraversato tre generazioni di giornalisti, dimostra l’importanza della tenacia e della ricerca della verità, anche quando sembra impossibile da raggiungere. La scoperta di Palazzolo non è solo un atto di giustizia per Cetti. È anche un monito per le future generazioni a non arrendersi di fronte all’ingiustizia.
La vicenda di Cetti Zerilli, oggi riportata alla luce del sole con L’amore in questa città, è un emblematica di come la storia possa essere riscritta e manipolata dai potenti. Ecco perché è fondamentale preservare la memoria e continuare a cercare la verità, anche quando sono trascorsi decenni di silenzio dai fatti. Lo dimostra un libro che, a distanza di 90 anni dalla morte di Cetti Zerilli, è il giusto tributo a una giovane vita spezzata.